Questo progetto nasce da un disamore nei confronti del marmo. Nel considerarlo già finito, nelle possibilità di un suo utilizzo contemporaneo, che potesse far parte della mia ricerca industriale, nelle occasioni di investigazione di una materia così classica, così già esplorata. La felice e positiva determinazione con cui Budri mi ha cercato le loro capacità, mi hanno incuriosita. Alla fine ho capito una cosa: per trattare il marmo devi disinnamorartene. Lo padroneggi solo con il distacco. Ho abbandonato le mie riserve e ho cercato di capire quali siano i limiti e le possibilità.

Le contraddizioni di un materiale apparentemente puro, la cui bellezza e identità derivano, invece, proprio dalle impurità minerali incluse e dal processo metamorfico a cui vengono sottoposte. Anzi, sono proprio le caratteristiche delle impurità a determinarne il colore. Mi interessa prolungare questa trasformazione apparentemente bloccata. La possibilità di pensare il marmo come materiale tridimensionale, cercando di limitare e riutilizzare al massimo lo sfrido. In un certo senso, nella storia, è uno dei primi materiali edilizi riciclabile e riciclato.

Ho cercato allora di addomesticare la natura mimetica e trasformista del marmo, avvicinandolo alla quotidianità. In questa collezione la figura retorica dell’ossimoro prende forma, accostando concetti opposti: pareti di marmo in maglia intrecciata creano un movimento sinuoso e morbido, una consistenza aerea che contrasta con l’impenetrabile durezza del materiale. Strutture modulari autoportanti, che diventano filtri, di luce, di aria, ben più leggeri della lastra piena.

Il negativo, gli sfridi, anch’essi tridimensionali, diventano una partizione mobile a tre strati. Una struttura senza limiti dimensionali dove, oltre allo studio del taglio, lavorando su un blocco semilavorato a taglio ondulare, abbiamo cercato anche un sistema di montaggio per ottimizzare il trasporto e l’assemblaggio. Intarsi tridimensionali in rilievo che nascono dalla nostra ricerca di studio su disegni meta-organici, di forme transgeniche, in parte naturali e in parte anch’esse in trasformazione. Organismi microcellulari che si fondono con pattern digitali per diventare delle nuove entità macrobiodigitali. Pizzi tridimensionali che trascendono dall’idea di bidimensionalità della lastra.

Mi piace capire quali sono le possibilità di luminosità dei diversi marmi, accostando materiali con diversi indici di rifrazione. Come nel tavolo, senza spigoli, senza durezze. Nelle panche monomateriche, dove si alternano parti lucide a parti opache. Nei riccioli dell’intarsio che diventano elemento architettonico, congelando una fase della produzione degli elementi.

È una ricerca che non ritengo conclusa e che mi ha permesso di lavorare sul processo, applicando la stessa metodologia che utilizzo nel mio lavoro come designer industriale e successivamente nell’applicazione in architettura.

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